“Ogni uomo considera i limiti della propria visione personale come i limiti del mondo” (Arthur Schopenhauer)

lunedì 29 agosto 2016

CURIOSITA'. DAL WEB


(Da you tube)


L'artista Robert Wilson ha registrato all'aperto il suono del richiamo dei grilli e lo ha rallentato di 280 volte, in proporzione alla durata tra la vita media di un uomo e quella di un grillo. Il risultato è scioccante. Tom Waits dice in proposito: Suona come un coro, qualcosa di frizzante, celestiale, pieno di armonie e bassi - da non credere. E' come un travolgente coro celestiale, ed è solamente rallentato: non hanno manipolato la registrazione in alcun modo.

lunedì 15 agosto 2016

ANGOLO DELLA MUSICA


CURIOSITA' E SCIENZA


Potrà sembrare assurdo, ma piante ed esseri umani si somigliano più di quanto potessimo immaginare. 

Diversi studi eseguiti nel corso degli ultimi anni hanno dimostrato che le piante possiedono una serie di caratteristiche sorprendenti e che, per certi aspetti, alcuni loro comportamenti sono simili ai nostri. Le piante sono capaci di percepire il pericolo e di sapere esattamente cosa “fare” per evitare i predatori.
Non molto tempo fa, un gruppo di scienziati ha scoperto che esse sono in grado di ascoltare, di vedere, annusare e di possedere la capacità di apprendere, ricordare, e comunicare. 

Inoltre, non solo a loro non piace il frastuono prodotto dalle attività umane, ma fatto ancor più sorprendente, le piante sono anche in grado di fare musica e di cantare!

Insomma, i ricercatori hanno scoperto che la biologia umana e quella vegetale sono molto più vicine di quanto non si sia mai compreso e l’analisi di queste somiglianze potrebbe avere ricadute benefiche nello studio delle basi biologiche di malattie come il cancro. 


L’altruismo delle piante

In un esperimento condotto da alcuni ricercatori dell’Università del Colorado, si è dimostrato che le piante, tra le numerose caratteristiche, sono anche anche altruiste.

Gli studiosi hanno esaminato dei semi di mais fecondato, ognuno dei quali conteneva due “fratelli” (un embrione e un pò di tessuto cellulare noto come “endosperma”, che alimenta l’embrione durante la sua crescita).

Nello studio sono state messe a confronto la crescita e il comportamento di embrioni e di endosperma di semi che condividono gli stessi genitori, e il comportamento di embrioni e di endosperma che avevano la stessa madre, ma padri geneticamente differenti. 


“I risultati hanno indicato che il gruppo di embrioni con gli stessi genitori presentavano una maggiore quantità di endosperma, rispetto agli embrioni con la stessa madre, ma con un padre diverso”, spiega la professoressa Pamela Diggle del dipartimento di biologia evolutiva.

“Abbiamo scoperto che l’endosperma del gruppo di embrioni che non condivide lo stesso sembra essere meno cooperativo, presentandosi in quantità minore rispetto all’altro gruppo”. A quanto pare, l’endosperma è più propenso a sacrificarsi per gli individui di una stessa famiglia.

“Una delle leggi fondamentali della natura è che se per essere altruisti, bisogna rinunciare ai vostri parenti più stretti. L’altruismo si evolve solo se il benefattore è un parente stretto del beneficiario. Quando l’endosperma dà tutto il suo cibo per l’embrione e poi muore, esprime la più alta forma di altruismo”, conclude la Diggle.

Un esperimento simile fu pubblicato già due anni fa sull’American Journal of Botany, riportato in un resoconto del blog Biosproject: Earth. Guillermo Murphy e Susan Dudley hanno scoperto che la pianta Impatiens pallida, conosciuta con il nome comune di gamba di vetro, vegetale erbaceo delle foreste orientali del Nord America, riconosce i suoi simili e modifica il suo comportamento in relazione al grado di parentela delle piante che gli crescono accanto.



Dudley e Murphy hanno selezionato semi di Impatiens pallida e li hanno piantati in vasi diversi, ognuno dei quali poteva accogliere semi delle piante della stessa famiglia o di piante geneticamente lontane, in seguito hanno manipolato la radiazione luminosa e la sua intensità per vedere se la strategia per catturare più luce dipendesse dal grado di parentela degli individui vicini. 

I ricercatori hanno constatato differenti risposte da parte dell’Impatiens a seconda che la pianta era cresciuta con i parenti o con piante estranee. Per la precisione i due biologi hanno scoperto che le piante “consanguinee” che si venivano a trovare insieme nei vasi, modificavano la loro morfologia modellando la crescita dei rami in modo da non fare ombra alle piante vicine.

Il rumore ha un effetto negativo sulle piante

Un numero crescente di ricerche dimostrano che gli uccelli e gli altri animali modificare il proprio comportamento in risposta al frastuono prodotto dalle attività umane, come il rumore del traffico o quello prodotto dalle fabbriche. Ma, a quanto pare, il fenomeno non riguarda soltanto gli animali.

Uno studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society B. nello scorso marzo del 2012 ha dimostrato che il rumore prodotto dall’uomo può avere effetti a catena anche sulle piante.

A soffrirne di più, secondo quanto spiegato da Clinton Francis del National Science Foundation (NSF) National Evolutionary Synthesis Center, sarebbero gli alberi, con conseguenze che potrebbero durare per decenni, anche dopo che la fonte del rumore sia scomparsa.



In ricerche precedenti, Francis e colleghi hanno scoperto che alcuni animali impollinatori aumentano il numero di visite alle piante posizionate vicino a siti particolarmente numerosi, mentre disertano le altre. Perchè. 

Potrebbe essere un effetto del frastuono? 

Per scoprirlo, i ricercatori hanno condotto una serie di osservazioni tra il 2007 e il 2010 nel Bureau of Wildlife Management Area Land Rattlesnake Canyon nel nord-ovest del New Mexico.

La regione è sede di migliaia di pozzi di gas naturale, su molti dei quali sono montati dei compressori rumorosi per l’estrazione del gas e il trasporto attraverso i gasdotti. Il ruggito dei compressori è prodotto senza sosta, notte e giorno per tutto l’anno.

Uno dei vantaggi del sito è che permette ai ricercatori di studiare l’effetto del rumore sulla fauna e sulla flora selvatica senza i fattori di condizionamento di altre zone rumorose, quali le città o le strade, dove l’inquinamento atmosferico, fotoelettrico e chimico può alterare i risultati delle osservazioni. 

Il team ha scoperto che alcune specie di uccelli, in particolare il colibrì, visitavano i siti rumorosi fino a cinque volte più frequentemente rispetto ai luoghi silenziosi.

Pare che il colibrì scelga luoghi rumorosi per proteggere i suoi piccoli dai predatori, spaventati dal frastuono martellante. Frequentando più spesso queste piante, tende ad aumentare anche l’impollinazione, traducendosi in una maggiore produzione di sementi.

Per alcune piante potrebbe sembrare una buona notizia, ma per altre si tratta di un effetto negativo. 

In una seconda serie di osservazioni presso lo stesso sito, i ricercatori hanno cercato di capire quale effetto possa avere il rumore sui semi prodotti dagli alberi, prendendo a campione il Piñon, un pino molto diffuso nella zona.

Si è scoperto che i tra i numerosi animali che si nutrono dei pinoli del pino, tra cui scoiattoli, uccelli, conigli e altri roditori, solo due specie hanno preferito mangiare i semi degli alberi posizionati vicino alle fonti di rumore: i topi e l’Aphelocom californica 
conosciuta anche come Ghiandaia americana. 


I pinoli divorati dai topi non sopravvivono al passaggio attraverso l’intestino dell’animale, spiega Francis Clinton, sfavorendo la riproduzione della pianta. La Ghiandaia, invece, raccolgono centinaia di migliaia di semi, per poi nasconderli nel terreno e mangiarli nel corso dell’anno. 

In questo modo, i semi non riescono a germogliare e quindi lo svantaggio per queste piante è particolarmente evidente. I ricercatori, infatti, hanno valutato che la presenza di pini era quattro volte superiore nelle aree silenziose, rispetto a quelle vicine alle fonti di rumore.

“La crescita del Piñon è molto lenta, per questo il cambiamento è passato inosservato per anni. Meno alberi di questa specie significa meno habitat disponibile per le centinaia di specie che dipendono dalla loro sopravvivenza”, conclude amaro Francis.


Un fenomeno straordinario: 

il Canto Delle Piante

Uno dei fenomeni più affascinanti delle piante, e forse il più sorprendente, è la loro capacità di cantare e comporre musica! E l’ascolto delle loro composizioni e davvero rilassante.

Alcuni ricercatori della Federazione di Damanhur, una comunità etico-spirituale situata a Vidracco in Piemonte, sin dal 1975 stanno compiendo una serie di osservazioni sulle piante, al fine di comprendere le loro capacità uniche.

Grazie all’ausilio di alcuni dispositivi che hanno creato per registrare la reattività delle piante nel loro ambiente naturale, i ricercatori hanno scoperto che le piante sono in grado di apprendere e di comunicare tra loro. 

Applicando un semplice principio della fisica, i ricercatori hanno utilizzato una variante del ponte di Wheatstone, un circuito elettrico utilizzato per misurare la resistenza elettrica tra i due poli di un circuito a ponte.

Il dispositivo è stato utilizzato per misurare le differenze elettriche tra le foglie e le radici della pianta. Tali misure, poi, vengono tradotte in una serie di effetti, tra cui musica, accensione di luci, movimento e molti altri. Come tengono a precisare i ricercatori, le piante non corrono alcun pericolo, in quanto si utilizzano correnti di intensità molto bassa.

Secondo i ricercatori di Damanhur, ogni creatura vivente, animale o vegetale, produce una variazione di potenziale elettrico, a seconda delle emozioni che sperimenta. 

Pare che le piante registrino le variazioni più significative quando avvertono l’avvicinarsi della persona che si prende cura di loro, quando vengono bagnate, quando gli si parla e durante la diffusione di musica. La reazione fisiologica della pianta viene poi espressa attraverso le apparecchiature elettroniche ideati dai ricercatori. 

L’applicazione più suggestiva è stata quella di tradurre tali variazioni in note musicali. Gli esperimenti hanno dimostrato che le piante sembrano apprezzare molto di imparare ad utilizzare scale musicali e anche di produrre musica per conto proprio, grazie all’utilizzo di un sintetizzatore.


Anche se non esistono altre ricerche scientifiche condotte su questo argomento, non si può negare che l’ascolto di questa musica “vegetale” sia una gioia per l’anima.


(dal web)

sabato 30 luglio 2016

ANGOLO DELLA MUSICA. VECCHI MOTIVI.



DAL WEB. CURIOSITA'. NOTIZIE FANTASTICHE.


ATLANTIDE SI TROVAVA IN BOLIVIA? 

LE RICERCHE DI JIM ALLEN 


 Anche se la questione di Atlantide sembra essere passata di moda, ci sono ancora ricercatori indipendenti che sono alla ricerca di prove della sua esistenza. Tra questi, Jim Allen, le cui ricerche farebbero pensare che la leggendaria città perduta si trovasse in Bolivia






Jim Allens è un ex interprete di fotografie aeree per l’esercito britannico.

A suo avviso, l’enorme deserto boliviano di Salar de Uyuni e la vicina montagna di Pampa Auallagas, potrebbero essere il luogo dove una volta sorgeva la perduta città di Atlantide.

Analizzando le caratteristiche morfologiche del terreno circostante, Allen ha notato alcune analogie fondamentali tra questa regione e le antiche descrizione greche di Atlantide, in particolare quelle fornite dal filosofo Platone nelle opere “Crizia” e “Timeo”.

Allen conclude che l’intero Sud America sia da identificare con il continente di Atlantide, mentre l’omonima città sommersa sarebbe stata situata sull’altura di Pampa Auallagas.

Come spiega l’ex interprete, le caratteristiche del territorio da lui individuato corrispondono molto bene alla descrizione fornita da Platone. Inoltre, alcune leggende locali parlano di un diluvio avvenuto in tempo remoto, durante il quale una grande città è stata sommersa.

Dimensioni


Secondo la descrizione di Platone, il continente di Atlantide era grande quanto il Nord Africa e l’Asia messe insieme. Allen ha spiegato che è più facile immaginare una città-isola sommersa dalle acque piuttosto che l’inabbisamento di una grande massa di terra come il continente descritto.


La piana rettangolare


Nella sua descrizione, Platone riporta di una pianura rettangolare posizionata lungo il lato maggiore del continente. Secondo Allen, questa piana è da identificare con il deserto di Salar de Uyuni, in quanto corrisponde in dimensioni a quelle fornite da Platone: “lungo 3.000 stadi e largo 2.000 stadi”. Lo stadio è un’unità di misura in uso presso l’antica Grecia e pari a circa 180 metri.

Il Salar de Uyuni è un enorme deserto di sale che, con i suoi 10.582 km², è la più grande distesa salata del mondo. Secondo le leggende Inca nel deserto vi sono gli Ojos de Salar (occhi del deserto di sale) che inghiottivano le carovane. Si tratta di buchi nella superficie salata dai quali esce l’acqua sottostante che in certe condizioni di luce sono quasi invisibili diventando così pericolosi.

Secondo quanto scrive Platone nel Timeo, la regione interna del continente era costituita da una vastissima pianura delimitata a nord da alte montagne. La pianura, quasi rettangolare, era circondata da un canale perimetrale, largo uno stadio, che consentiva di raccogliere le acque provenienti dalle montagne.


Strisce di terra divise dalle acque

Atlantide è descritta come una serie di strisce di terra circolari separate da mare e collegate da ponti. La parte superiore della Pampa Auallagas mostra segni di anelli di terra e aqua in parte erosi.

Questo per dire che se un tempo il livello delle acque del vicino lago di Poopo erano superiori a quelle odierne, gli anelli della Pampa Auallagas sarebbero stati collegati con il lago da un canale lungo 50 stadi.



Metalli preziosi

Oro, argento, rame, stagno e il misterioso oricalco erano metalli che in Atlantide si trovavano in abbondanza, tanto da poter ricoprire le pereti del tempio e le mura concentriche che circondavano l’Acropoli.

Secondo Allen, tutti questi metalli si trovano nella zona di Pampa Auallagas. Tuttavia, gli archeologi e gli storici non sanno se il leggendario oricalco si riferisse ad un metallo di origine naturale o artificiale. Il termine in seguito è stato ripreso per altri usi. Nella numismatica, l’oricalco è una lega di rame e zinco.

Allen teorizza che l’oricalco facesse riferimento ad una lega naturale rame-oro che si trova nelle Ande, conosciuta localmente come Tumbaga, un metallo molto apprezzato nella regione nel corso della storia, in quanto più duro del rame, pur rimanendo malleabile.


Sulle montagne, vicino al mare

Secondo le descrizioni antiche, la città-isola di Atlantide si trovava a circa 8 km dal mare. Tuttavia, allo stesso tempo, la città era posizionata a picco sul mare, circondata da montagne. Allen risolve l’apparente contraddizione facendo notare che la descrizione si adatta bene alla Pampa Auallagas, se si considera il lago salino Poopa come un mare interno. Poopo si trova a circa 8 km da Pampa Auagallas.

Inoltre, nella regione di Pampa Auagallas vi sono sorgenti naturali di acqua calda e fredda, così come riportato nelle descrizioni di Atlantide.

Leggende boliviane

Secondo la tradizione greca, Atlantide è stata distrutta dal dio Poseidone, signore degli oceani, a causa dell’immoralità raggiunta dai suoi abitanti.

Allo stesso modo, antiche leggende tramandate nella regione di Pampa Auagallas raccontano della degenerazione morale degli abitanti locali e il conseguente diluvio inviato dal dio dell’acqua Tunupa.

Secondo le osservazioni di Allen, la catastrofica alluvione potrebbe essere stata causata dal vicino Lago Titicaca, a nord, dove un gigantesco travaso di acqua è giunto fino a Pampa Auagallas. Allen ha mostrato alcuni segni morfologici ancora visibili che indicherebbero la prova di un’antica inondazione.

Il nome di Atlantide

Prima della conquista spagnola, parte della regione di Pampa Auagallas era chiamata “Antisuyo”, parola che significava “regno del rame”. “Antis”, in lingua quechua, è la parola che indica il rame. Allen fa notare che il suffisso “antis” (Atl – antis) potrebbe risalire direttamente alla cultura antica di Pampa Auagallas.

venerdì 29 luglio 2016

ANGOLO DELLA MUSICA


DAL WEB. CURIOSITA'. NOTIZIE FANTASTICHE.


È stato scoperto l’antico trono di Micene. Forse . 

di Simone Valesini


L’archeologo greco Christofilis Maggidis ha annunciato di aver scoperto un frammento dell’antico trono dei sovrani di Micene. Non tutti gli esperti però sono sono persuasi dalle sue analisi

(foto: Sean Gallup/Getty Images)



 È il seggio da cui Agamennone avrebbero governato sull’antica Micene, e sul quale, magari, potrebbe discusso e organizzato la Guerra di Troia. Che si tratti di mito, o realtà, quel che è certo è che dopo una parentesi di oltre tremila anni, oggi il trono di Micene potrebbe essere tornato alla luce. Ne è certo almeno Christofilis Maggidis, un archeologo greco che ha guidato una campagna di scavi nei pressi del sito archeologico dell’antica città greca, nel corso della quale, ha annunciato alla stampa lo scorso martedì, sarebbe stato rinvenuto un blocco di pietra calcarea proveniente proprio dall’antico trono.

Il reperto in questione è stato portato alla luce due anni fa, in un sito posto proprio al di sotto della cittadella di Micene, che in passato ospitava un fiume ormai prosciugato. Secondo Maggidis, la pietra proverrebbe dall’antico palazzo che in passato regnava sulla collina sovrastante, e che sarebbe andato distrutto da un terremoto intorno al 1200 a.C. Funzionari del governo greco hanno però smentito l’analisi dell’archeologo, citando altri studi che dimostrerebbero che il reperto sarebbe un frammento di un bacino, o di una vasca.

Maggidis però muove due obbiezioni alla versione appoggiata del governo, che dimostrerebbero la correttezza delle sue analisi: il reperto infatti sarebbe chiaramente parte di una superficie progettata per sedersi, e il materiale di cui è fatto è una pietra porosa, inadatta, a parer suo, a contenere liquidi. Non una vasca quindi, ma un trono: quello di Micene, costruito in una pietra molto utilizzata nelle tombe ad alveare, o a Tholos, che ospitano i suoi antichi sovrani.

Fino a oggi, sottolinea l’archeologo, nessun trono di pietra è mai stato trovato negli antichi palazzi di epoca micenea. L’unico esempio simile proviene dal palazzo di Cnosso, appartenete alla più antica civiltà minoica, e questo renderebbe ancor più importante la scoperta. “A nostro parere – ha affermato Maggidis – si tratterebbe della più importante ed emblematica scoperta di epoca micenea”.
L’archeologo è convinto inoltre che altri pezzi del trono potrebbero trovarsi ancora sepolti sotto il letto del fiume da cui proviene il reperto. Per questo, spera di ricevere l’autorizzazione per allargare l’area degli scavi, e magari riportare alla luce per intero l’antico trono di Agamennone.